Apologia del narratore onnisciente

scritto da Rubrus
Scritto Ieri • Pubblicato 15 ore fa • Revisionato 9 ore fa
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Testo: Apologia del narratore onnisciente
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Una forte corrente letteraria, sotto l’influsso del linguaggio visuale, spinge, negli ultimi tempi, verso una interpretazione estremamente rigorosa della focalizzazione o punto di vista (POV per gli anglofili).
In sintesi, e con qualche semplificazione, il narrato dovrebbe essere condotto come se il personaggio dal punto di vista del quale si narra avesse una telecamera sulla spalla e/o una cimice nella testa.
Per esempio, come se, mentre si gioca a calcio, il calciatore facesse la telecronaca della propria partita.
Non è sbagliato: se c’è qualcosa di sbagliato in materia di stili narrativi è forse proprio affermare che uno stile è giusto e gli altri sbagliati; molti capolavori del passato, per esempio, sono narrati dal punto di vista del personaggio che narra (e allora questo approccio stilistico non era neanche stato ancora sistematizzato).
Penso però che questo moderno amore per una focalizzazione esclusivamente e rigorosamente ristretta presenti due limiti.
Il primo è che trascura un fatto: il narratore è un personaggio e non può non esserlo; non nel senso che è un personaggio del romanzo, ma colui che lo racconta e, dunque, decide che cosa narrare, che cosa non narrare, come, per quanto tempo, con quali parole. 
Prendiamo una scolaresca e mandiamola in gita, poi, ahiloro, chiediamo loro di scrivere un tema che parli di quella gita. Al netto delle copiature scriveranno tutti cose leggermente diverse l’una dall’altra e lo faranno usando parole diverse(uno studente delle elementari, una volta, ha scritto di esser andato a visitare la paninoteca di Brera: probabilmente aveva fame) in quanto sono persone diverse che hanno vissuto in modo diverso la stessa esperienza.   
Pretendere poi che l’autore sia assolutamente oggettivo e racconti tutta la verità, solo la verità, nient’altro che la verità, è a dir poco, velleitario (ovviamente la focalizzazione ristretta non pretende sempre e necessariamente questo: dovrei parlare del narratore inaffidabile, di cui ci sono molti esempi, ma si allungherebbe il discorso). Come pretendere di credere o far credere che trasmissioni come “Il Grande Fratello”, “Forum” ecc. rappresentino una visione realistica, veritiera e assoluta della realtà (e ancora una volta torna il tema del linguaggio visuale e del “credo a quello che vedo” anche se magari è falso): non ne sono che una rappresentazione a fini  spettacolari e di intrattenimento.  
Ecco perché se, a volte, "si sente la mano dell'autore" non è un peccato capitale. Eliminare l'autore è impossibile: altrimenti, chi scrive? 
Un domani la risposta potrebbe essere “l’intelligenza artificiale” e magari ci arriveremo presto, ma io già adesso dubito che dirà il vero.
Una focalizzazione estremamente e rigorosamente ristretta, poi, incontra un secondo limite.
L'autore non può fino in fondo essere ogni personaggio: non può essere medico, soldato, poliziotto, infermiera, avvocato, pensionata, casalinga e così via, è sempre, inevitabilmente, quel personaggio come lo vede nella sua testa: il più vicino possibile al vero, ma mai "vero". 
Si possono narrare storie il cui protagonista è praticamente l’autore stesso, ma anche questa non è una soluzione definitiva: chi può dire di essere davvero onesto con se stesso e sicuro di quel che è ? E quante volte abbiamo sentito frasi come “scrivo per scoprire chi sono?”. 
Il narratore onnisciente mantiene quella distanza che, paradossalmente, rende più credibile la storia. E, direi, lo ha sempre fatto.
Edgar Allan Poe, le cui storie sono narrate in prima passata e potrebbe essere persino essere considerato un esponente dello stile con focalizzazione ristretta, prende in giro queste “fughe in avanti” in “Come scrivere un articolo alla Blackwood”. Suggerisco la lettura a chiunque.
Nell’odiatissimo “addio ai monti”, il buon Lisander ci avverte: “Di tal genere, se non tali appunto erano i pensieri di Lucia”. Ci sta dicendo: “Ragazzi, secondo me pensava più o meno quelle cose, ma non prendiamoci in giro: non sono mica una filatrice lombarda del Seicento. Quelle parole sono mie e sono quanto di più plausibile e artisticamente presentabile ho tirato fuori. Se Lucia avrà pensato qualcosa, e l’avrà pensato, sarà stato in modo un po’ diverso e in dialetto valsassinese. Questo è quanto più gli si avvicina perché possiate capirlo e apprezzarlo”.
Invero, troppo spesso e con troppa facilità si confonde il narratore onnisciente con quello giudicante, didattico o didascalico, ma sono due figure ben diverse. 

Apologia del narratore onnisciente testo di Rubrus
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